Tasse, sicurezza, produzione: ora il centrodestra faccia il centrodestra!
Giovanni Sallusti · 25 Marzo 2026
Cari ascoltatori, confessiamo che il risiko delle dimissioni ci appassiona poco e con esso tutto il retroscenismo cui oggi si dedicano i giornaloni, per lo più in fregola per la vittoria del No. Capiamo perfettamente la ratio delle dimissioni di Giusi Bartolozzi che con certe uscite si era autocollocata fuori dal ruolo di un capo di gabinetto; e anche quelle del sottosegretario Andrea Del Mastro che, crediamo al di là della sua volontà, aveva accumulato una serie insostenibile di argomenti politicamente imbarazzanti. E capiamo anche la richiesta da parte della premier di dimissioni del ministro Daniela Santanché, però anch’essa ci lascia freddini.
Piuttosto, noi auspichiamo che non prenda piede una sorta di furore giustizialista, che il centrodestra non inizi a ragionare come il Movimento 5 Stelle, per cui basta un’indagine, un rinvio a giudizio, non una colpevolezza definitiva, per stroncare una carriera o un ruolo politico. Se passasse questo alfabeto non ci sembrerebbe una grande lezione del post referendum. Il centrodestra non deve ripartire solo dalle manovre difensive politichesi. Il centrodestra deve, e auspichiamo lo farà, ripartire da se stesso.
Questo significa usare quest’ultimo scorcio di legislatura per fare davvero il centrodestra, a partire dalla questione fiscale, una delle ragioni per cui esiste fin da 1994. Su questo tema si è fatta una lodevole manutenzione, è stato arrestato un saccheggio che era la parola d’ordine dei governi sinistrorsi, è stata dedicata più attenzione ai ceti medio-bassi. Ora, serve un grande messaggio, un grande taglio di tasse al ceto medio che è quel popolo del centrodestra, che peraltro non è stato su tutti i territori interamente convinto sul Sì. Serve un abbozzo di rivoluzione fiscale, ora o mai più.
C’è poi l’altro grande fronte, il binomio sicurezza e immigrazione. Anche qui lodevoli battaglie, e sul modello Albania si è vista la torsione ideologica di certa magistratura, figurarsi ora che si sentiranno i signori del Paese, quelli del “chi non salta Meloni è”. Per questo è il momento di andare oltre una gestione a valle dell’immigrazione incontrollata, e di andare a monte, anche riprendendo lo spirito della politica dei porti chiusi di quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno. Quello era un tentativo di agire a monte, di mettere in discussione l’automatismo dell’immigrazione incontrollata e dell’incentivazione del traffico di esseri umani.
E poi bisogna non perdere di vista quel dettaglio che dettaglio non è: l’Italia che ha votato Sì corrisponde alla locomotiva produttiva del Paese, quella parte di società che è stata anche all’avanguardia politicamente, per esempio nel passaggio da prima a seconda Repubblica. Diciamo questo al di là del ricordo dell’esperienza politica di Umberto Bossi: spesso il nord produttivo, che economicamente tiene sulle sue spalle il Paese, ha anticipato i percorsi politici poi intrapresi. Se il centrodestra riparte da queste direttrici, interpreta se stesso e può realizzare una fine legislatura all’insegna dell’accelerazione. Ma se si gioca solo in difesa, si potrebbe riuscire nel miracolo di dare un senso all’accozzaglia di Elly e Conte. E non lo vogliamo.
