Drone iraniano sui nostri: aedi del diritto dove siete?

· 12 Marzo 2026


Cari ascoltatori, come saprete ormai tutti, un drone iraniano Shahed ha colpito un mezzo militare italiano a Campo Sinagra, base che si trova a Erbil. Il comandante, il colonnello Stefano Pizzotti, ha comunicato che il personale si era recato per tempo nei bunker perché era scattato l’allarme di minaccia aerea, e nessuno si è fatto male. I nostri militari si trovano a Erbil soprattutto per compiti di preparazione e addestramento delle forze curde in chiave anti-Daesh, cioè contro lo Stato islamico, e di supporto logistico e aiuto alla popolazione di quell’area dell’Iraq. Quindi, come ha chiarito la premier in Parlamento ieri e come è evidente, i nostri non sono coinvolti nella guerra contro l’Iran, e si sono beccati questo drone iraniano fuori da ogni logica militare e simulacro di diritto internazionale.

A proposito, qualcuno ha udito una parola dagli aedi del diritto internazionale? È forse partito uno strillo dei loro, sul fatto che una potenza regionale, l’Iran, ha colpito una base italiana fuori da ogni legittimità? No, niente, i cultori del diritto internazionale, sempre pronti a sventolarlo contro l’iniziativa israelo-americana, sono stati colti da improvvisa afonia.

Questo attacco iraniano, piccolo nel contesto del conflitto in Medio Oriente ma molto significativo per noi, per i nostri militari, per le nostre famiglie, è un segnale di quale sia la strategia di sopravvivenza del regime. Per quanto il “giornale unico” della stampa che fiancheggia lorsignori dipinga una situazione per cui gli ayatollah e i pasdaran (l’ala militare ancora più dura che ha imposto Khamenei come guida suprema) starebbero vincendo, le cose stanno diversamente. Di fronte a un attacco soverchiante dal punto di vista militare e tecnologico, adottano la strategia messa da tempo a punto da Khamenei, la strategia del caos, cioè colpire più o meno a caso Paesi e basi militari vicini, soggetti non coinvolti nella guerra, per mettere confusione e condizionare il più possibile l’economia mediorientale, che è anche economia mondiale (vedi lo Stretto di Hormuz), e per irritare le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto quelle europee che notoriamente sulle iniziative belliche hanno un tasso di tolleranza assai basso.

Da un punto di vista militare, invece, la situazione è chiara: le aviazioni americana e israeliana hanno già distrutto circa 5mila obiettivi, hanno decapitato i vertici del regime e delle forze armate iraniane in 24 ore. Ora il dominio aeronavale è indiscutibile, e gli Stati Uniti hanno subito meno di 10 morti – per lo più nemmeno per mano iraniana, ma per errori amici – mentre il 95% dei missili lanciati da Teheran viene intercettato in volo e neutralizzato.

Le forze israelo-americane hanno a che fare con la strategia del caos di un regime che ovviamente non ha nessuna intenzione di morire e che colpisce obiettivi a caso, tra i quali è finita anche la base italiana in Iraq. Quindi è ancora più surreale il tifo neanche tanto mascherato di una certa élite intellettuale, giornalistica, opinionistica, e anche di un pezzo di politica progressista, contro l’iniziativa americana che punta ad abbattere uno dei totalitarismi più oscuri, liberticidi e assassini del mondo; anzi a volte fa il tifo per il suddetto regime. Ma il regime è in estrema difficoltà e qualunque uomo libero spera che crolli: per cui è incomprensibile come si possa non gridare forza America, forza Israele…


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