Addio Khamenei: che festa. E i pacifinti muti: che pena

· 1 Marzo 2026


Cari ascoltatori, con la morte di Ali Khamenei il mondo perde uno dei principali volti dell’orrore contemporaneo, un campione del totalitarismo assassino, l’erede criminale della rivoluzione khomeinista che alla fine degli anni Settanta aveva pure suscitato molto entusiasmo presso l’intellighenzia della rive gauche, e ha continuato a farlo fino ai nostri giorni.

Khamenei, che aveva materializzato un incubo, realizzando una macchina totalitaria con poche eguali al mondo, aveva sequestrato la millenaria civiltà persiana in un inferno coranico di oppressione, repressione e morte: donne ammazzate se non ottemperavano nel dettaglio alla sharia, omosessuali impiccati in pubblico, dissidenti sequestrati e seviziati, strage di civili nelle strade.

Fuori dai confini dell’Iran, il regime ha costruito e alimentato un progetto di espansione della jihad, di califfato mondiale attraverso il terrorismo, una piovra che Teheran ha finanziato e manovrato in quanto testa, centrale del male. Per questo, per ogni uomo che abbia in sé un’idea libertà, la morte di Khamenei è una enorme notizia. Secondo le informazioni disponibili, il compound in cui si nascondeva è stato individuato da un’azione d’intelligence della Cia, che ha consegnato le informazioni a Israele, il quale ha bombardato uccidendo lui e tutti i parenti, i gerarchi, i collaboratori che si trovavano lì.

È a questa collaborazione tra Stati Uniti e Israele che dobbiamo la scomparsa di un macellaio e il fatto che un’orrenda dittatura, minacciosa per il mondo, stia traballando. È la parte d’Occidente che ha ancora voglia di combattere, di difendersi e di non rinnegare se stessa, capace di vedere il male, di ancorarsi alla realtà e di non cedere alla malattia mentale dell’autocolpevolezza, dell’oicofobia. Questa operazione è di una positività così nitida da essere sostenuta addirittura dai Paesi arabi, dalle monarchie sunnite del Golfo e dall’Arabia Saudita: oggi si dicono pronti a intervenire al fianco di America e Israele, una cosa impensabile fino a pochi anni fa, un risultato anche frutto del nuovo paradigma geopolitico imposto dall’amministrazione Trump.

Netanyahu e lo Stato di Israele stanno saldando il conto del 7 ottobre, un pogrom selvaggio che non si vedeva dai tempi del nazismo, una bestemmia pensata ed eterodiretta da Khamenei e dagli altri ayatollah: intervenendo, Israele ha posto fine a una minaccia esistenziale. E gli Stati Uniti hanno ottenuto una vittoria di lungo corso, perché l’Iran teocratico e islamista già nel 1979, ai tempi degli ostaggi americani, definì gli Usa il “grande Satana”, il nemico per eccellenza, e in tutti questi decenni ha alimentato il terrorismo antioccidentale e antiamericano. Rimuovendo la centrale del male nazi-islamica, Trump sta creando le premesse per il ridisegno che ha in mente per l’area: un Medio Oriente all’insegna dello sviluppo e del benessere e della cooperazione tra Stati arabi e Israele.

E da noi? Per l’ennesima volta i pacifinti nostrani si dimostrano fuori dalla realtà e definiscono Trump l’uomo di pace che invece bombarda: ma certo, tira bombe su un nazi-islamico pericoloso che non doveva avere l’atomica, è il corollario del Board of peace, di una pace credibile in Medio Oriente. Si tratta di due facce della stessa medaglia, della stessa rivoluzione verso la prosperità, non di opposti.

E poi c’è lo scenario più grande in cui questo scenario si colloca: la sfida per l’egemonia globale con la Cina comunista. Trump, dopo aver tolto a Pechino l’afflusso di petrolio dal Venezuela, ora toglie anche quello dall’Iran, tagliando così i due principali canali di fornitura energetica al regime cinese e rivelando l’impotenza del Dragone di fronte alla forza americana dispiegata. Se l’America si muove, nessun protetto di Xi è davvero protetto, anzi viene abbandonato al suo destino di morte.

Torniamo all’Italia: che cosa hanno capito le anime belle nostrane, i progressisti, la “gente per bene”? Niente. E infatti niente dicono, non una parola, a favore del popolo iraniano che balla nelle strade e ringrazia Trump e l’America, una civiltà che vede arrivare il proprio riscatto. Qui, nella migliore delle ipotesi, si balbetta di de-escalation, di diritto internazionale aggirato, proprio quel diritto internazionale di cui il fu Ali Khamenei era un alfiere. Da lorsignori non s’è udita una sillaba di empatia, di sostegno, di condivisione per i ragazzi e le ragazze iraniane che fra l’altro festeggiano anche nelle strade delle nostre città, a Milano, a Roma, gridando una parola che noi – cioè l’Europa, la parte d’Occidente declinista che si vergogna di di se stessa – rischiamo di aver dimenticato: quella parola è libertà.


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