Merz va in Cina: ma allora non ha capito!

· 25 Febbraio 2026


Cari ascoltatori, c’è chi continua a guardare il dito, cioè la sentenza della Corte suprema che – fra l’altro confermando che gli Stati Uniti rimangono una democrazia liberale – ha sbaraccato una parte della politica dei dazi di Donald Trump, contestando al presidente il meccanismo legislativo che ha usato. La politica commerciale trumpiana resta la stessa: e infatti i dazi, cambiando strumento, sono subito ritornati, al 15%.

I guardatori di dito non vedono però la luna, cioè la gigantesca questione epocale che pone la politica commerciale trumpiana, e lo stesso Trump, come avvertimento all’Occidente sul fallimento masochistico del globalismo in quanto ideologia, che ha legittimato la concorrenza sleale, in primis del gigante cinese, contro le economie occidentali, in primis l’America, creando insostenibili squilibri nella bilancia commerciale.

L’America fa anche notare un altro squilibrio, certo minore rispetto a quello cinese: quello con la Germania, che da quando c’è l’euro sostiene le sue esportazioni con una moneta meno forte del fu marco tedesco, creando un altro meccanismo di concorrenza sleale. Corte suprema o no, le questioni sul tavolo restano le medesime, e l’allarme suonato da Trump all’Occidente pure: pensate a quante filiere economiche, anche italiane, sono state travolte dall’abbaglio noto come globalismo.

In questo quadro, che è una tendenza storica, si inserisce la visita del cancelliere Merz a Pechino: sembra tanto una riedizione della politica della cancelliera Angela Merkel. Ricordate il suo capolavoro? Si faceva pagare la difesa dal contribuente americano, sull’energia aveva un canale privilegiato con la Russia e la geopolitica del tubo, e aprì alla grande ai commerci con la Cina. Poi però è successo che la Germania, invadendo il loro mercato con le sue produzioni automobilistiche d’eccellenza, ha invogliato i cinesi a copiarle, e con un costo del lavoro nettamente inferiore, dato che nel paradiso comunista i diritti dei lavoratori non esistono. Il regime ha iniziato a sostenere questi settori di produzione con massicci investimenti statali: di recente un grande dirigente di una casa automobilistica tedesca ha detto “le nostre aziende non devono competere solo con i rivali cinesi, ma con il loro budget statale”. Così alla fine sono saltate le filiere tedesche, con casi clamorosi, anche di valore simbolico, come Volkswagen e altri giganti che chiudono in casa e aprono stabilimenti in Cina.

Dicevamo, la notizia è che in questo quadro Merz è andato in Cina e – pur con i modi discreti dei tedeschi e non sbracati alla mediterranea – ha baciato la pantofola a Xi Jinping: “Vogliamo una cooperazione equa con la Cina”, ha detto senza capire ancora che le due parole formano un ossimoro: eppure proprio come tedesco dovrebbe ben sapere che è stato un abbaglio pensare che possa esistere una cooperazione equa con il Dragone. “C’è un grande potenziale di crescita tra l’economia cinese e quella tedesca”, certo, ma tutto a favore dell’economia cinese. Questo abbaglio sta già prendendo piede nella pratica, per esempio la Cina acquisterà 120 aeromobili dal gigante dell’aviazione Airbus: l’americana Boeing ringrazierà…

Ci viene da pensare: ma allora Merz non ha capito la faglia di rottura geopolitica principale, la guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, non ha capito da che parte del mondo conviene stare, e nemmeno quanto la concorrenza sleale del Dragone abbia danneggiato il suo Paese. Non vorremmo che Merz risultasse un remake maschile della Merkel: lei veniva dalla Germania Est, lui dai cda di grandi società finanziarie, ma il rischio è che l’errore rimanga lo stesso, e si ripeta, se il cancelliere non si sveglia.


Opinione dei lettori

Commenta

La tua email non sarà pubblica. I campi richiesti sono contrassegnati con *




Radio Libertà

Background