Un poliziotto criminale è un crimine contro la polizia
Giovanni Sallusti · 23 Febbraio 2026
Cari ascoltatori, interveniamo anche oggi sul caso dell’agente Carmelo Cinturrino, fermato stamattina per l’omicidio nel boschetto di Rogoredo dello spacciatore Abderrahim Mansouri, a maggior ragione in presenza di un possibile e gravissimo crimine: possibile, perché siano sempre garantisti, e gravissimo perché sono sempre più inquietanti gli elementi che emergono in queste ore a carico di un esponente delle forze dell’ordine.
Interveniamo perché difendiamo il 99 per cento di ragazzi perbene, tendenzialmente sottopagati, che in divisa difendono ogni giorno la nostra sicurezza nelle strade. Cinturrino è indagato per omicidio volontario, i pm di Milano hanno inoltrato al Gip la richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare in carcere, perché ritengono ci sia il rischio che possa reiterare il reato, uccidere ancora. Dalla ricostruzione dei fatti emergerebbe che Cinturrino abbia fatto portare sul luogo del delitto la Beretta caricata a salve da un suo collega, dopo aver sparato alla testa di Mansouri, che secondo un testimone oculare al momento dell’omicidio aveva in mano solo una pietra e un cellulare.
Secondo indiscrezioni, Cinturrino avrebbe avuto a che fare con un giro di droga che coinvolgeva il palazzo Aler dove vive con la compagna e avrebbe chiesto il pizzo al pusher per consentirgli di esercitare la sua attività. Tutto questo è attualmente ancora nel regno delle ipotesi, noi invece vogliamo dire delle cose chiare, di principio: in presenza di fatti di sangue, di drammi che avvengono sulla strada, noi crederemo sempre alla parola dei membri delle forze dell’ordine, fino a che non emergeranno elementi contrari. Altrimenti salterebbe il patto della tenuta sociale, perché parliamo di coloro che sono deputati al presidio quotidiano della nostra sicurezza.
Se questi elementi, poi, alla verifica risulteranno veritieri, e quindi falsa la versione dell’agente, questa falsità sarà di una gravità doppia. Se l’assistente capo risultasse colpevole – dopo i tre gradi di giudizio – allora sarebbe uno dei principali nemici dei suoi colleghi, e alleato di tutto quel milieu giornalistico, intellettuale, politico, delle anime belle che ci vende quotidianamente ideologie anti-divisa. Ribadiamo, se l’impianto accusatorio fosse confermato – un “se” cui teniamo, è un principio di civiltà giuridica – questo agente indegno sarebbe un alleato logico e morale anche dei galantuomini che combattono i ragazzi in divisa, di quei galantuomini che a Torino hanno aggredito un suo collega a martellate: insomma un alleato dei nemici della polizia, cioè di coloro che sono deputati a garantire ordine e sicurezza, i due paletti che permettono l’esistenza delle nostre libertà.
Quindi, non siamo per niente reticenti, con gran dispiacere delle anime belle: sono emersi elementi inquietanti, non li si può omettere, e se venissero confermati il fatto sarebbe doppiamente grave, per cui aspetteremmo condanne doppiamente pesanti, proprio in nome di quella divisa dalla cui difesa non retrocederemo mai.
