Votare sì è un favore alla mafia: salvate Saviano da se stesso
Giovanni Sallusti · 30 Gennaio 2026
Cari ascoltatori, anche se è venerdì sera e potrebbe sembrare che non vi vogliamo bene, vi daremo conto della posizione di Roberto Saviano sul referendum per la giustizia. È interessante non perché abbia un senso politico, ma come caso che esplora i confini della psicanalisi: qualunque fenomeno, notizia, dossier si ritrovi sul tavolo, Saviano lo legge con la chiave della mafia, una specie di mono-ossessione. E quindi anche il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia voluta dal governo. Diciamo che a uno scrittore un filo più talentuoso di Saviano sarebbe venuta in mente la voce ‘professionisti dell’antimafia’.
Vabbè, non scomodiamo Leonardo Sciascia, limitiamoci a leggere che cosa ha scritto oggi Saviano su Repubblica: il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere “ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia. Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura o che espone l’azione giudiziaria al conflitto politico, produce sempre lo stesso effetto: rende più difficile colpire il potere mafioso”.
Ora, dove questa riforma indebolisce l’autonomia del pubblico ministero? Al massimo si può dire che con la separazione delle carriere esso viene reso più autonomo anche dalla magistratura giudicante, anche dal giudice, da questa contiguità fisica, da questa contaminazione ambientale anche al di là della volontà dei soggetti, che oggi è l’andazzo del nostro sistema giudiziario. Prevede due Csm perché separa queste due carriere.
Non riusciamo a capire per quale motivo nei covi dove sono nascosti i boss mafiosi si festeggi perché ci saranno due Csm invece di uno. Quanto al conflitto politico, non abbiamo neppure trovato parole all’altezza. Torniamo a Saviano: “Questo referendum presentato come scelta di modernizzazione è l’ultimo tassello di una fragilità più ampia. Un tassello che rende l’antimafia più debole, più lenta, più isolata. Le mafie non chiedono protezione e complicità ma spazio, stanchezza istituzionale, zone grigie e assenza di visione”. Il conte Mascetti di “Amici miei” aggiungerebbe: come se fosse Antani.
“Se vince il sì questo spazio si allargherà. Non per una scelta di complicità, ma perché verranno indeboliti proprio gli strumenti che oggi permettono di colpire le mafie dove sono più esposte: nei patrimoni, negli appalti, nelle connessioni con politica e affari”. Che cosa diavolo c’entra tutto questo con la separazione delle carriere e il sorteggio che la fa finita con la malattia endemica delle correnti? Queste sono le due direttrici della riforma nella realtà, non nella sindrome mono-ossessiva di Saviano. Che cosa c’entra con la lotta stralegittima all’infiltrazione mafiosa negli appalti, non riusciamo a capirlo, men che meno a interpretarlo.
Possiamo solo riferire il parere dell’augusto scrittore, al quale però una domanda la facciamo: lui stesso scrive che uno degli asset fondamentali di questa riforma è la separazione delle carriere (che, in varie forme, c’è nella maggior parte delle democrazie occidentali). Benissimo: ora ci deve spiegare come è possibile che la separazione delle carriere che è stata sostenuta esplicitamente da Giovanni Falcone, possa fare gli interessi della mafia. Non è lievemente controintuitivo? Non è una tesi strana? O Saviano e il suo amico Gratteri hanno nel telefonino delle citazioni farlocche di Falcone che dice il contrario, oppure, se vogliamo stare ancorati alla realtà, la riforma della giustizia non c’entra nulla con l’antimafia. E dire che se vince il sì vince la mafia è offensivo, anzi al limite del diffamatorio per i promotori del sì. In sintesi, oggi abbiamo dato una non-notizia: Saviano non riesce a uscire dalla sua mono-ossessione.
