on. Piccolotti, il comunismo non ha “liberato” nessuno
Giovanni Sallusti · 21 Gennaio 2026
Cari ascoltatori, questa mattina non faremo gli spiritosi, e non ridurremo l’onorevole Elisabetta Piccolotti al solito antipatizzante personaggio di “lady Fratoianni”, la moglie del segretario di Avs, né faremo ironia sul suo famoso lamento in aula, quando disse che si era destata alle sei di mattina per recarsi alla Camera, sovrapponendo una tantum il suo dramma alla vita quotidiana di milioni di lavoratori e studenti italiani.
Oggi prenderemo sul serio Elisabetta Piccolotti e il suo pensiero, che ella ha raccontato in un podcast che sta girando molto in rete: si è lanciata in una esegesi sul senso tragico della storia del Novecento, nella fattispecie sul totalitarismo che ha trascinato i suoi effetti nefasti anche in questo nuovo millennio.
L’onorevole Piccolotti, esibendo un certo sorrisetto di chi la sa lunga, ha detto che “c’è una bella differenza tra fascismo e comunismo”. Qual è? È che “il comunismo aveva come obiettivo teorizzato la liberazione delle persone”, e già qui ci è venuto il dubbio che la mattina del podcast si sia alzata non solo presto, ma addirittura troppo presto, e abbia fatto un po’ confusione. Onorevole, se guardiano alla sua genesi storica, e quindi a Karl Marx, il comunismo non teorizza la liberazione delle persone, ma l’esistenza di un meccanismo dialettico inesorabile nella storia che deve portare all’instaurazione della dittatura del proletariato e all’estinzione dello Stato borghese, in quanto paravento del comitato d’affari della borghesia medesima. E quindi teorizza la cancellazione di tutte le libertà parlamentari, individuali, giuridiche, le medesime di cui gode l’onorevole Piccolotti che ogni fine mese incassa uno stipendio dal Parlamento.
Altro che liberazione delle persone: il suo è un ragionamento limpidamente privo di verità e anche offensivo i 100 milioni di persone tritate nel Novecento dalla fabbrica dell’orrore comunista: riesce a figurarseli, 100 milioni di cadaveri? Noi non ci riusciamo.
Dopo di che è passata a definire il fascismo: “Il fascismo aveva come obiettivo teorizzato la riduzione in una condizione di minore libertà delle persone, di omologazione, l’intenzione di negare le differenze e schiacciarle tutte sul tema dell’identità nazionale”. Una fotografia un po’ raccogliticcia ma nella sostanza esatta, il fascismo era una violenta macchina repressiva della libertà.
Il fatto che l’onorevole non coglie è che se voi prendete quest’ultima definizione e sostituite ”identità nazionale” con “identità di classe”, ottenete la spiegazione precisa dell’altro gemello siamese del totalitarismo novecentesco, il comunismo. Perché il comunismo, e sfidiamo l’onorevole Piccolotti a dimostrarci il contrario, ha ridotto le persone in una condizione di annientamento della libertà: vorremmo rimandarla alla lettura di “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solženicyn o de “I racconti della Kolyma” di Varlam Salamov, due autori che sono i Primo Levi del comunismo. Il comunismo ha prodotto il mostro dell’omologazione, che si rintraccia facilmente nello squallore totalitario del socialismo reale dell’Est, nella fame e nella miseria a Cuba; e poi l’omologazione della morte in Cambogia, in Corea del Nord: una formidabile macchina di schiacciamento della nozione stessa di individuo.
E poi, onorevole, il comunismo ha negato le differenze: un efficientissimo sistema, a partire dal pensiero di Marx, che le ha annientate, schiacciandole sul tema non dell’identità nazionale, come nel caso del fascismo, ma dell’identità di classe.
Ovviamente finora abbiamo scherzato, perché abbiamo preso l’onorevole Piccolotti come fonte filosofica: si è esibita in una serie di amenità, teorizzando un doppiopesismo dei totalitarismi che nel 2026 è francamente inaccettabile. Ma visto che si sveglia così presto, magari troverà il tempo di leggere Hannah Arendt, che ha per prima sezionato il tema del totalitarismo novecentesco, nei suoi due volti, rosso e nero; e Raymond Aron, che ha spiegato come il folle sogno, cioè l’incubo di portare il paradiso, o meglio l’inferno in terra, accomuni nazifascismo e comunismo; o Karl Popper, che ha spiegato come, al mutare delle ideologie, le costanti del marchingegno totalitario restino le medesime. Insomma, onorevole Piccolotti, è il 2026, può smetterla di rifriggerci la boiata – offensiva per quei 100 milioni uccisi di cui sopra e per le intelligenze dei vivi – che il comunismo è un totalitarismo buono.
