Femministe, e su Rubina uccisa dagli ayatollah?

· 13 Gennaio 2026


Cari ascoltatori, oggi vorremmo parlare di una bellissima giovane donna, si chiamava Rubina Aminian, potete trovare la sua immagine sui social in queste ore. Rubina Aminian aveva 23 anni, studiava design tessile allo Shariati College di Teheran. La notte dell’8 gennaio stava uscendo dalla scuola per unirsi ai tanti coetanei che da due settimane con coraggio sbalorditivo – titanico per il nostro comodo e privilegiato occidente – contestano la teocrazia assassina (di vite e di speranze) degli ayatollah.

Secondo l’ong Iran Human Rights, che cita fonti vicine alla famiglia, questa giovane donna curda (l’Iran è un coacervo di etnie e culture, tutte mortificate e schiavizzate dalla tirannia khomeinista) è stata sorpresa alle spalle e centrata da un colpo di arma da fuoco alla testa a distanza ravvicinata, da qualche belva che è impossibile chiamare altrimenti, non poliziotto, né soldato, né miliziano, meno che meno uomo. Dopo di che il suo corpo è stato gettato nei pressi del college insieme con centinaia di altri corpi di giovani ammazzati perché chiedevano libertà, futuro, contro la barbarie islamista.

La maggior parte di queste vittime avevano tra i 18 e i 22 anni, e sono stati colpiti a bruciapelo dalle forze governative, spesso alle spalle, una mattanza orrenda. Le moschee della zona si sono anche rifiutate di tenere cerimonie funebri per Rubina perché, come ha detto Khamenei in queste ore, questi giovani sono nemici di Allah, quindi non hanno diritto a nulla. Questa non è una guerra, è un massacro criminale che fra l’altro sta avvenendo nel silenzio delle anime belle, che prima di oggi erano pronte a commuoversi a ogni piè sospinto, in particolare ogni volta che il cosiddetto Ministero della salute di Hamas, cioè un gruppo terrorista legato a questi tagliagole, emetteva dei comunicati.

Parliamo di Rubina noi, questa mattina, perché nessuna femminista nostrana vi parlerà di lei, non uscirà alcun comunicato, tantomeno ci aspettiamo che le signore di “Se non ora quando” indicano una qualche manifestazione. Non ci sarà nessun appello vergato dalle nostre intellettuali contro il patriarcato khomeinista, nulla prenderà le mosse da quel caravanserraglio ipocrita che è diventato il femminismo occidentale.

Non succederà nulla perché Rubina non è stata oggetto di una discriminazione linguistica per un pronome maschile o una desinenza sbagliata o un’altra di queste paturnie che ci possiamo permettere nel nostro mondo di privilegiati. Rubina non è che guadagnasse meno di un collega maschio (una stortura grave cui si deve rimediare, ma che avviene all’interno di un mondo dove la libertà e la parità tra ogni persona, prima ancora che tra i sessi, sono garantite): a Rubina Aminian hanno sparato alla testa, a freddo, perché chiedeva libertà da una teocrazia totalitaria che odia le donne e che le ammazza se solo non mettono il velo, figurarsi se protestano.

Per questo nessuna femminista vi parlerà di lei: perché dovrebbe tirarsi fuori per un attimo da questa malattia culturale per cui il male è sempre l’Occidente, il nostro mondo, e per una volta prendersela con un nemico vero dei loro stessi principi, con delle canaglie assassine e misogine vere, gli ayatollah. Nessuna femminista vi parlerà di Rubina Aminian, lo facciamo noi, e continueremo a parlare della tragedia del popolo iraniano, delle donne iraniane.


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