Atenei schiavi del woke e i professori scappano

· 14 Dicembre 2025


In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi racconta un caso particolare che svela una situazione generale: le motivazioni che hanno portato all’addio definitivo al mondo universitario – una volta raggiunta subito l’età minima pensionabile – da parte dell’italianista Enrico Testa, che ha insegnato in diversi atenei tra cui quello di Pavia: il professor Testa ha deciso di smettere di lavorare negli atenei perché non ne ricavava più alcuno stimolo, in quanto l’università non produce più ricerca, ma solo burocrazia e “paper”, ovvero saggi che vengono scritti solo per fare curriculum e partecipare ai concorsi.

Il tema strisciante da qualche mese – e che, tra non molto, esploderà definitivamente – è il seguente: le università, non solo quelle italiane visto che la discussione è deflagrata negli Stati Uniti d’America, servono ancora a fornire qualcosa di stimolante, oppure sono solamente diventate schiave e bulimiche di mode culturali tutte di carattere woke? Tutti si ricordano la polemica tra Donald Trump e le università della Ivy League – cioè Harvard, Yale e le università più prestigiose – che era stata presentata come il colpo di testa di un presidente pazzo che, avendo in odio la cultura woke progressista, se la prendeva con le università considerandole nemiche dal punto di vista politico.

Naturalmente questa è stata la volgarizzazione del vero tema che Trump voleva mettere sotto i riflettori, ovvero: che senso ha dare tanti soldi a un ateneo se questo poi li dissipa in studi che non hanno alcun senso, come i “gender studies”? Negli Usa il dibattito è molto vivo, perché è in corso un fenomeno particolare: le grandi aziende di big data e di tecnologia, per esempio Palantir, si recano nei college a scegliere i ragazzi più promettenti, e sconsigliano vivamente agli studenti migliori di sprecare quattro anni di studi ad Harvard perché – questa è la tesi – là insegnerebbero loro solo come non discriminare il proprio compagno di giochi di colore. Se un ragazzo invece ha davvero delle potenzialità, le aziende lo scoprono, se lo prendono e lo assumono, come fanno le squadre di basket della Nba. Dopo di che, con quella esperienza, avrebbe davanti alla porta di casa la coda di aziende che lo vorrebbe con sé.

In Italia, Enrico Testa ha presentato la stessa serie di lamentele “trumpiane”, seppur con un linguaggio diverso: ha affermato infatti che l’università italiana è diventata schiava delle mode culturali e quindi si parla solo di occidentalismo, post-colonialismo, orientalismo, teorie gender, oltre ai vari deliri su apostrofi, schwa e roba del genere. E poi ha sottolineato che, per ottenere i titoli per diventare ricercatore e poi professore, basta scrivere quintali di pagine di carta straccia (i paper, per l’appunto) anche se non contengono alcun elemento nuovo o interessante. Ci si affida quindi più alla quantità che alla qualità. A tal proposito, il mio maestro (di Alessandro Gnocchi) Cesare Bozzetti un giorno mi disse: “Ricordati una cosa: si pubblica solo quando c’è qualcosa di nuovo, altrimenti è immorale”. Bene: l’università italiana, secondo questi criteri, oggi è immorale.


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