Travaglio e i paladini di Sigfrido: tutti spariti

· 9 Luglio 2026


In questa puntata di “Autodafé” Giulio Cainarca discute con Max del Papa sulle ultime novità riguardanti l’attentato del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci e sul coinvolgimento giudiziario di Valter Lavitola, indagato come presunto mandante della bomba posta sotto la casa del conduttore di “Report”, a Pomezia, che ha fatto saltare in aria la sua automobile e quella di sua figlia. Al di là delle responsabilità penali del faccendiere, tutte da accertare, il quadro inquietante che ne esce è composto da almeno due elementi: da una parte lo strano rapporto di amicizia tra Ranucci e lo stesso Lavitola, dall’altra il silenzio imbarazzato (e imbarazzante) di molti giornalisti che all’epoca difendevano a spada tratta la professionalità giornalistica svolta dal presentatore televisivo, fra i quali Marco Travaglio.

“Anni fa il direttore del Fatto Quotidiano continuava a dire che Lavitola fosse uno pericoloso, legato alla destra: il problema è che il suo amico Sigfrido andava da lui a cena tutte le sere. E Roberto Saviano sosteneva che l’attentato fosse il frutto di anni di ‘delegittimazione, di campagne mediatiche costruite per isolare, infangare, distruggere’ persone che si opponevano al governo Meloni. Per non parlare del Manifesto che chiamava a raccolta lo scorso 21 ottobre la stampa libera a Roma, in Piazza Santi Apostoli, a sostegno di Ranucci: là salirono sul palco i vari Francesco Cancellato, Rula Jebreal, Lirio Abbate e tanti altri per stare vicino a un “giornalista con la schiena dritta”. E adesso fanno tutti i pesci in barile? Massimo Gramellini, addirittura, in prima pagina sul Corriere della Sera si è detto stupito che questi due fossero amici: ‘Come fa un uomo tutto d’un pezzo a frequentare un uomo tutto d’un prezzo?’. Che bella battuta”.

“Ecco che cosa disse Travaglio nove mesi fa in una punta della trasmissione ‘Accordi & Disaccordi’ sull’attentato a Ranucci: ‘Sento mitomani che vanno in giro a dire che avrebbero potuto essere coinvolti anche loro. Se tutti facessero il giornalista come lo fa Ranucci, fare un attentato sarebbe folle. Non basterebbe ammazzarne uno o intimidirne uno, bisognerebbe intimidirli tutti. Il fatto che in Italia quelli che fanno i giornalisti per davvero come Ranucci siano così pochi, al punto che li conosciamo tutti per nome e cognome, è la dimostrazione che diventa più facile isolarli. Quindi non è un colpirne uno per educarne cento, perché gli altri cento purtroppo sono già educati; è un colpirne uno perché quello insiste a fare diversamente dagli altri. Sono tanti i gruppi criminali che hanno patito o che temono di patire qualche guaio da Report. Quindi lasciamo lavorare i magistrati. Ed evitiamo anche questa fiera dell’ipocrisia che abbiamo visto da parte di persone che non c’entrano niente con l’attentato, ma che contribuiscono a far considerare, nella sensibilità collettiva e nell’opinione pubblica, quel tipo di giornalismo come un giornalismo deviato, strano e bizzarro. Mentre invece il giornalismo strano è quello svolto dalla stragrande maggioranza di quelli che sono iscritti all’Albo'”.

“A parte la sua solita spocchia, fa pena risentire oggi Travaglio – dopo le spaghettate al ristorante di Lavitola che sono state appena scoperte. Ha detto testualmente ‘con tutta la gente a cui hanno pestato i piedi’. Ma, esattamente, a chi ha pestato i piedi Ranucci? Intanto sempre ai soliti, sempre da quella parte politica avversa. E poi, in maniera totalmente improduttiva. Senza contare che tutti questi fantomatici nemici del potere poi si dimostrano quelli più vicini alle persone potenti, e in maniera trasversale”.


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