No ai transgender nello sport femminile: God bless America!

· 30 Giugno 2026


Cari ascoltatori, oggi sono state emesse una serie di sentenze da parte della Corte suprema americana, due delle quali salienti da un punto di vista politico-culturale. Siamo pronti a scommettere che domani sui giornaloni, cioè sul giornale unico anti-trumpiano, ne avrà molto risalto solo una.

Quella che verrà applaudita dalle anime belle è che la Corte Suprema ha salvato lo ius soli, ha stoppato il tentativo dell’amministrazione Trump di limitare il diritto di cittadinanza per nascita. Trump avrebbe voluto la restrizione dell’applicazione del 14° Emendamento, ma la Corte ha evocato il suo valore costituzionale e un importante precedente del 1898, confermando l’interpretazione estesa: salvo singole eccezioni molto motivate, chiunque nasca sul suolo americano è cittadino americano. Una sconfitta politica di Trump su un tema che però è incastonato nella storia americana: gli Usa sono nati e sono stati costruiti con l’immigrazione, quando l’America era il riferimento per uomini e donne liberi che cercavano la Statua della libertà venendo da altrove.

Della seconda sentenza scommettiamo sui giornaloni si parlerà molto meno, perché è un trionfo culturale del trumpismo, dei conservatori, dei liberali, e di chiunque viva nella realtà: la Corte ha ribadito che gli Stati americani possono vietare ai transgender di partecipare agli sport femminili, parliamo di atleti che hanno performance maschili, caratteristiche chimico-ormonali maschili, forza fisica maschile.

È un provvedimento che riguarda la struttura della contemporaneità, e mette ordine nel malinteso buonismo e egalitarismo acritico woke, che in nome dell’inclusione produce discriminazione nei confronti delle donne, in nome dell’ideologia gender. Questo provvedimento della Corte conferma leggi già approvate in 27 Stati americani, quasi tutti repubblicani, che vietano o limitano la partecipazione delle donne transgender alle competizioni sportive femminili. Il giudice che ha redatto le motivazioni, Brett Kavanaugh, ha sottolineato che “per altezza, peso, forza, velocità, resistenza e capacità di salto, uomini e donne sono diversi”: un giudice della Corte suprema americana ha dovuto scrivere un’ovvietà pari al fatto che l’acqua bolle a cento gradi, perché viviamo in un’epoca in cui l’ovvietà è rivoluzionaria, anzi scandalosa. “Queste differenze restano”, ha spiegato il giudice, “pertanto negli sport, in particolare da contatto, costringere una atleta a competere contro i maschi può creare rischi significativi per la sicurezza e compromettere l’equità della gara”.

Questa sentenza sarà festeggiata negli Stati repubblicani che hanno adottato leggi del genere, leggi progressiste volute dai conservatori perché tutelano davvero libertà e dignità delle donne: tant’è che al centro della decisione della Corte suprema si trova l’interpretazione del Titolo 9° della Legge federale del 1972, che vieta proprio le discriminazioni basate sul sesso nei programmi educativi finanziati con fondi pubblici. In questa legge federale si nomina anche il caso delle gare sportive e quindi, scrive la Corte, “se gli Stati stabiliscono che l’appartenenza alle categorie maschile o femminile dipende dal sesso biologico, ebbene la loro decisione è lecita e sovrana”.

D’altronde, da che cos’altro dipende l’appartenenza alla categoria maschile o femminile, se non dal sesso biologico? Non parliamo di condizioni soggettive, di legittimi diritti, delle doverosissime non discriminazioni per qualunque comportamento o sentimento sulla propria sessualità. Ma i sessi biologici esistono e sono due, rimuovere questa evidenza nel caso di gare sportive è un atto oscurantista, antifemminista, che lede la dignità delle donne. A dirlo ormai oggi sono solo i conservatori, l’ha detto Trump in tutte le salse. Questa sentenza è una vittoria politica di Trump, ma soprattutto dell’intelligenza, del buonsenso, della libertà.


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