Trump ha ragione: il terzo mondo è già qui
Giovanni Sallusti · 15 Giugno 2026
Cari ascoltatori, è scoppiato un pandemonio con crisi isterica nelle redazioni dei buoni&giusti sulla frase che Donald Trump ha rilasciato sul suo profilo social Truth mentre era sull’Air force one, diretto in Francia per il G7.
La frase è: “Se importi persone da Paesi del Terzo mondo diventi in fretta il Terzo mondo e non ci puoi fare niente”. È una frase urticante e semplicistica, fatta apposta per risuonare sui social, come è nello stile del personaggio: non è esattamente un’analisi antropologica approfondita sulle tendenze della geopolitica contemporanea. Ma nella pratica è anche difficilmente contestabile, anzi prossima alla tautologia: se importi tantissime persone da certi luoghi di provenienza, è facile che il tuo luogo d’origine tenda ad assomigliare sempre più a quei luoghi di provenienza.
Questa è una descrizione, non un giudizio di valore. Che però c’è, anzi ci sembra ce ne siano due, dietro questa ruvida provocazione, uno quantitativo e uno qualitativo, di profilo culturale. Quello quantitativo è un’evidenza che abbiamo sotto gli occhi in tante città europee e anche italiane: se passi dall’accettazione di un fenomeno fisiologico come l’immigrazione a sdoganare la patologia dell’immigrazionismo, cioè l’ideologia dell’accoglienza senza alcun limite, a prescindere e di chiunque, senza nemmeno un rapporto con i numeri della popolazione ospitante e la sostenibilità economica e lavorativa per queste persone, allora prima o poi accadono cose come quella di Belfast.
In sostanza cambia il paesaggio antropologico delle città europee e cambiano quindi anche la sicurezza, l’abc della convivenza civile: è cronaca quotidiana. A questo si collega il dato della compatibilità culturale di chi tu devi accogliere, perché non tutte le culture sono compatibili e integrabili. Non c’entrano i post grezzi di Trump o qualche rutto del bar sovranista. Basta riguardarsi Samuel Huntington, ‘Lo scontro delle civiltà’: ci sono alcune civiltà che si escludono con altre perché non ne condividono i valori basilari. Per esempio, se accogli in modo indiscriminato persone la cui cultura o religione non condivide la sacralità della vita, la dignità della persona, i diritti inalienabili dell’individuo, la differenza tra peccato e reato, la laicità, la parità tra uomo e donna, avrai presto un problema, perché hai portato una cultura che mette in discussione le fondamenta della tua. È cronaca anche questo: la sharia si mangia da tempo periferie, aree urbane, e ormai in molte porzioni d’Europa gli europei non si sentono più a casa loro per entrambi questi dati, quantitativo e culturale.
Provare questo disagio non è razzismo: è che sta cambiando il paesaggio urbano intorno a loro, c’è un’evidenza nei fatti, ed è anche ciò che il documento di sicurezza Usa, l’aggiornamento della strategia americana recentemente approvato, rimprovera all’Europa. Non è vero che l’America trumpiana odia l’Europa, ma in quel documento dice: Europa svegliati, ce l’abbiamo con te perché rinneghi te stessa, a noi spiace vedere i nostri fratelli, anzi i nostri progenitori, i nostri clienti europei che rinunciano alla loro cultura, la edulcorano e la mortificano, malati dell’oicofobia spiegata da Roger Scruton, la vergogna e l’odio per la propria tradizione, per cui in nome dell’immigrazionismo accettano di scomparire come civiltà.
Dietro quel post grezzo che sta scandalizzando le anime belle c’è tutto questo: a noi sembra che ci sia un’emergenza culturale, un’attitudine suicida dell’Europa, di fronte alla quale l’America trumpiana sarà grezza, folkloristica e con il toupet, ma ha, almeno lei, un balume di lucidità occidentale.