Risarcire errori giudiziari? Copiamo dall’Olanda
Giulio Cainarca · 15 Giugno 2026
In questa puntata di “Autodafé” Giulio Cainarca intervista Martina Piazza, criminologa certificata AICIS, laureata in Giurisprudenza e specializzata in Criminologia con una tesi sul caso Erba, e Cuno Jakob Tarfusser, ex magistrato italiano e giudice della Corte penale internazionale de L’Aia, sulla questione degli errori giudiziari e dei risarcimenti previsti per le persone che hanno subìto un’ingiusta detenzione. L’Italia ha una propria esclusività su questo tema oppure il nostro Paese si trova in pessima compagnia? Tarfusser non ha dubbi.
“Io dico sempre che l’errore giudiziario – come qualsiasi tipo di sbaglio – è insito nell’uomo, soprattutto nel momento in cui si svolgono dei lavori importanti, come il medico e l’ingegnere. Ma il problema non è tanto l’errore, che è un concetto pressoché fisiologico, ma è il motivo per cui si commettono tale errori e come si rimediano a essi. E ho la netta impressione che negli altri stati di diritto sia molto meno sentito questo dogma dell’infallibilità della magistratura, nel senso che si è un po’ più aperti e più umili nel riconoscere gli errori e a cercare di correggere questi errori. In Olanda, per esempio, si sta discutendo di un automatismo nel risarcimento dell’errore giudiziario, mentre sappiamo che da noi ottenere un rimborso per un’ingiusta detenzione è estremamente difficile, perché è necessario che sia la stessa persona incarcerata a fare richiesta di indennizzo a dare prova che in realtà il giudice non aveva alcun motivo al giudice di arrestarlo”.
“Prendiamo il caso emblematico di Beniamino Zuncheddu: quando era stato assolto dopo 33 anni – a seguito di una revisione del processo – per via di reati che non aveva mai commesso, io avevo immediatamente dichiarato che non avrebbe beccato un euro, in quanto la sua posizione venne stralciata con riferimento al secondo comma dell’articolo 530 del Codice penale che riguarda la formula assolutoria per cui un imputato non viene condannato per non aver commesso il fatto quando manca o è insufficiente la prova. Quest’ultimo elemento è evidentemente un grimaldello messo in mano alla Corte d’Appello, che dovrebbe decidere sull’indennizzo, secondo il quale si potrebbe anche optare di non dargli nulla. Il paragone che mi è venuto in mente è quello dell’assicuratore, che si trova davanti una richiesta di danno: il primo approccio è quello di evitare di pagare, mentre il secondo è legato a non volere spendere i soldi dello Stato, perché sono anche i miei. Il tutto accade per via di un atteggiamento difensivo di fondo della categoria dei magistrati”.