“Parlando liberaMente” con Roberto Arditti / Trump è anche scacchista: Putin e Xi all’angolo

· 7 Marzo 2026


Questa settimana, a “Parlando liberaMente”, la nostra intervista settimanale con i protagonisti della politica, dell’attualità, del giornalismo, Giovanni Sallusti discute con Roberto Arditti, editorialista de Il Tempo, dell’attualità politica e internazionale, con un focus in particolare sulla guerra in Iran.

“Quel che sta succedendo nell’ultima settimana è che il fronte avverso ai nuovi equilibri degli accordi di Abramo – per i quali la Casa reale saudita ha deciso strategicamente di trovare una forma di convivenza con Israele – è rimasto isolato. Il punto centrale di questa storia, tra l’altro, è che il gigantesco e tanto vantato supporto russo-cinese non ha salvato né la guida suprema né il vecchio ministro della difesa iraniano, e nemmeno il nuovo. Guardando quindi la storia militare degli ultimi giorni, in termini tennistici siamo di fronte a un 6-0, 6-0. Tutti gli elementi geopolitici messi in fila in questo avvio di 2026 hanno consentito all’amministrazione americana di intervenire (a partire dal caso Venezuela e, prima ancora, della Siria) e dimostrano che, in questa specifica fase storica, nessuno dei grandi cambiamenti a livello mondiale può verificarsi se non è determinato dalla Casa Bianca”.

“Donald Trump sta riducendo sempre più il margine d’azione di Vladimir Putin. Dopo averlo riconosciuto come interlocutore sulla scena internazionale nell’incontro di Ferragosto in Alaska, le decisioni del presidente Usa hanno confinato la pur rilevante forza politico-economica russa in una dimensione di potenza di media grandezza: tutte le azioni americane dell’ultimo anno sono avvenute colpendo alleati di Putin, con Assad e Maduro in testa. Tutto questo costringerà a riflettere qualunque aspirante governante di un Paese, per esempio africano: sarà difficile che si affidi ai russi per le sue prossime partite, una volta constatato che un filo-russo può fare la fine di Khamenei. Forse sarà meglio parlare con qualcun altro…”.

“In questo quadro c’è un ulteriore elemento interessante: la Cina – la più grande potenza commerciale al mondo – quando la partita si sposta sul piano militare o dell’intelligence si dimostra ancora non pronta a giocare. Il Paese asiatico che, dal punto di vista tecnologico e anche dell’apparato militare disponibile, avrebbe le capacità di rendere più difficile la partita degli americani e degli israeliani, non ha ancora i meccanismi decisionali e politici per avere un ruolo, cioè per fornire personale e mezzi aerei, insomma per tentare di mettersi di traverso. Un conto è dirlo, come fa il presidente nordcoreano, un altro conto è farlo. Evidentemente Pechino ritiene di poter alzare la voce, ma quando Washington schiaccia il pulsante, fa sempre un passo indietro”.

“L’Europa oscilla tra l’irrilevanza e l’involontaria comicità, si spinge al massimo a dire che la pace è meglio della guerra. Tutto questo conferma un concetto che sembrava tramontato ma che invece rimane fondamentale: ovvero che l’Europa è fatta solo di nazioni, per cui è più interessante quello che dicono i capi dei governi dei vari Stati, piuttosto che Bruxelles. Giocando varie partite, alcuni presidenti del Consiglio si comportano in modo coerente con il momento storico in cui ci troviamo: uno fra tutti è quello italiano. Trovo piuttosto interessante anche il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, che si è posto su una linea di amicizia sul fronte americano e israeliano esercitata anche verso Cipro. In un certo senso anche lo spagnolo Pedro Sanchez sta giocando la propria partita politica, seppur sul fronte anti-Trump. Resta il fatto che, generalmente, la classe dirigente europea si è avvicinata ai temi militari con molta più familiarità rispetto alla sua tradizione politica. Lo stesso Emmanuel Macron, il più feroce avversario del presidente Usa, ultimamente sta a più riprese calcando la mano sullo scenario militare (come è dimostrato dalla proposte dell’ombrello nucleare). E questo, a mio avviso, è un buon segno”.


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