Atenei e tv servi woke: ci resta solo Ricky Gervais

· 4 Gennaio 2026


In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi racconta la conclusione della serie tv Netflix di successo “Stranger Things”, in particolare di quello che accade nella penultima puntata, ormai disponibile on demand da circa una decina di giorni (quindi nessun pericolo di spoiler).

Succede che a un certo punto veniamo a sapere che questo mondo fantasy-malvagio, una sorta di sottosopra parallelo che vuole invadere il nostro – quasi una cosmogonia che ricorda alcuni libri di Stephen King più postapocalittici, come “The Stand” – è stato creato sfruttando la paura da parte di un personaggio omosessuale, non dichiarato, di non essere accettato e capito dai suoi amici. Un vero peccato per una serie di 5 stagioni che aveva interessato sia i genitori sia i figli, poiché piena sia di richiami agli anni Ottanta, sia di tante dinamiche tipiche degli adolescenti di tutte le epoche.

Insomma, l’ultimo miglio di tutto questo mondo viene ristretto alla questione dell’inclusività e, francamente, questa svolta non era necessaria per la trama. Anzi, è completamente superflua, appiccicata là per far vedere che “Stranger Things” promuove sì alcuni valori morali che sono assolutamente giusti, ma ti fa anche porre la seguente domanda: chi è l’omofobo? Soltanto un uomo dell’età della pietra può esserlo, ormai, però quello che conta è che, dal punto di vista drammaturgico, questa cosmogonia si è trasformata in una una questione personale. Un po’ come se H.P. Lovecraft, con i suoi mondi immaginari e spaventosi, venisse riscritto da un editorialista radical chic, compresso e ridotto a qualcosa di meno pauroso e universale. Solo per mostrare il proprio certificato di adesione al politicamente corretto.

Questo finale appare fuori tempo massimo, perché queste serie – tipiche delle piattaforme online che assorbono i principi woke – sono state superate dai fatti. Negli ultimi anni abbiamo avuto la pandemia, la guerra in Ucraina, il 7 ottobre, il dramma di Gaza, un’altra possibile guerra in Iran. La realtà si è mostrata molto dura e molto cruda: sbattere così le battaglie Lgbt provoca una visibile sproporzione tra la gravità di alcune situazioni e il giusto riconoscimento dei diritti, senza minimamente sminuirne l’importanza. Forse in questo periodo storico ci sono questioni più urgenti da dibattere. Non possiamo definire le serie alla “Stranger Things” come passate di moda, ma è molto probabile che la loro epoca sia in fase di declino.

A proposito di woke, questa notizia fa il paio con le motivazioni con le quali il professore James Hankins ha deciso di lasciar scadere il suo contratto con l’università di Harvard in quanto l’ateneo è diventato  irriconoscibile: si privilegiano gli studi che hanno una coloratura woke – anticolonialisti soprattutto – mentre lui è un latinista esperto della letteratura e del Rinascimento italiano. Hankins sostiene che ad Harvard ormai si studia tutto tranne la nostra storia occidentale; anzi, lo si fa solo per parlarne male. E lui ha rifiutato questa nuova consuetudine.

Per fortuna, c’è ancora qualcuno legato alla realtà. Questo docente universitario ne è un esempio, e lo è anche è Ricky Gervais: lo spettacolo del comico inglese, che s’intitola “Mortality”, sta andando molto bene. Gervais, che è stato presentatore dei Golden Globe e degli Oscar, è famosissimo per il suo sarcasmo corrosivo e per la battaglia in nome della libertà d’espressione, che include anche battute terribili sulla disabilità, sull’omosessualità e su tutti i temi del politicamente corretto che gli altri non possono permettersi di fare. L’attore ci fa vedere come tutte le polemiche woke siano stupide se applicate ovunque e in maniera pretestuosa. Ricky Gervais oggi rappresenta molto bene lo spirito del tempo: è l’esatto opposto di “Stranger Things”.


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