Da Kant a Habermas: così la “pace perpetua” ha buttato l’Europa fuori dal mondo

· 12 Aprile 2026


In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi propone una riflessione culturale sui motivi per cui l’Europa continua a non incidere per niente sui grandi temi geopolitici: dalla guerra in Ucraina, ai conflitti in Medio Oriente (Gaza e Iran su tutti) passando per il pasticcio dello Stretto di Hormuz. L’Ue sembra proprio non avere voce: non è mai stata consultata prima degli attacchi e nemmeno per le trattative sul cessate il fuoco e sulla tregua temporanea.

L’ultimo libro del grande filosofo tedesco Jürgen Habermas, uscito postumo (“Per un mondo migliore”), mette proprio in luce questo elemento: ovvero che l’ideologia dell’Europa è quello della “pace perpetua”, che venne teorizzata in maniera molto precisa da Immanuel Kant. Quest’ultimo disse che il regno della ragione sarebbe arrivato e che una confederazione di Stati avrebbe posto fine alle guerre europee. Di conseguenza, il progresso avrebbe portato al trionfo della ragione. Naturalmente ci sarebbero state alcune battute d’arresto, ma alla fine avrebbero vinto il buon senso e la pace.

L’Europa, uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale, con il passare degli anni ha posto al centro del progetto di unificazione europea una nuova identità, diversa dal nazionalismo che aveva portato alla tragedia in tutto il mondo: dunque quella pacifista. Si è così posta come il luogo della mediazione, della diplomazia, della riflessione. E le identità nazionali sono state lentamente svuotate di significato, proprio perché il nostro continente si pone come terra d’accoglienza e di immigrazione: e del resto sono più che espliciti tutti gli accordi stipulati negli anni Settanta e Ottanta con i vari Paesi arabi per importare mano d’opera.

Oggi ci troviamo quindi di fronte a una non-identità europea, dove le radici giudaico-cristiane sono state estromesse dalla Costituzione del continente (che tra l’altro non è stata neanche scritta). Il problema è che, se hai pochi fucili, carri armati e bombe atomiche, nei negoziati conterai sempre come il due di picche. Ed è esattamente quello che è successo all’Europa, che cerca di darsi importanza nel sostenere per esempio l’Ucraina fino all’ultimo spasimo, ma poi alla fine le trattative per la pace sono trilaterali: Usa, Russia e Ucraina. Noi? non pervenuti. Questa idea europeista di essere il luogo della diplomazia non tiene conto della realtà. La deterrenza è fondamentale per contare qualcosa nel mondo.

Habermas, in vecchiaia, è stato “costretto” a fare i conti con la realtà. Sulla crisi in Ucraina, l’erede della Scuola di Francoforte ha detto: “Ciò che fin dall’inizio mi ha preoccupato a proposito delle reazioni in Germania all’invasione dell’Ucraina, avvenuta in violazione del diritto internazionale, non è lo spontaneo e risoluto schiacciamento contro l’aggressore, ma la costante ricaduta retorica in una mentalità bellicista. Mi ha sorpresa la rapidità con cui, tra le élite politiche e sulla stampa, sono andati in frantumi gli approcci e le visioni faticosamente conquistati dopo la Seconda guerra mondiale. Mi ha anche irritato il grande clamore levatosi dalle tribune degli spettatori, sebbene tra le generazioni più giovani non sembri affatto cambiata una mentalità scarsamente disponibile alla difesa, contro cui ora viene mobilitata l’efficienza bellica”.

E poi c’è la domanda delle domande, per chi la pensa come lui. “Non eravamo convinti di aver imparato che l’arcaica violenza della guerra è un mezzo osceno e, in Europa, superato per risolvere i conflitti internazionali?”. Ecco, sarà anche che in Ue siamo diventati luogo della diplomazia: peccato che nel 1992, mentre una parte d’Europa firmava il Trattato di Maastricht, un’altra parte, a Est – nella ex Jugoslavia – scatenava la più grande guerra civile che questo vecchio continente abbia forse mai visto. Insomma: discutere di Europa come luogo della diplomazia, mentre gli italiani partono per bombardare Belgrado, sembra piuttosto contraddittorio.


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