Aska “dialoga” con il Pd: occhio che questi tornano

· 31 Marzo 2026


Cari ascoltatori, non sarà che, uscito dalla porta, Askatasuna ci rientra dalla finestra? Non è nemmeno tanto una metafora, anche perché sappiamo come una delle specialità della casa sia entrare in edifici di cui non si detiene la proprietà, parola che per tutte le llaria Salis e compagni in circolazione è notoriamente un’esecrabile anticaglia.

Ricordiamo che il centro sociale torinese è stato sgombrato nel dicembre scorso, dopo lustri di illegalità, in seguito alle inchieste sugli assalti alle Ogr e alla sede della Stampa, in cui era presente: tra i reati contestati figuravano danneggiamento, imbrattamento, invasioni di edifici, resistenza pubblico ufficiale, lesioni e via dicendo. Con lo sgombero è stato ripristinato un minimo di legalità liberale, e nel contempo si è scatenata la prevedibile cagnara non solo dei galantuomini di Aska, ma di tutto il milieu della gauche piemontese e italica, turbata perché i professionisti della guerriglia urbana non avevano più la loro sede abusiva, orfani di quella zona franca che in realtà rappresentava una ferita nella convivenza civile del capoluogo piemontese. Questo clima è sfociato nella giornata di follia del 31 gennaio scorso: Torino sotto assedio, devastata, scene come il poliziotto circondato da dieci personaggi e preso a martellate, e tutto il bel mondo in rivolta.

La notizia che ci turba è uscita oggi su Libero: l’amministrazione del sindaco Stefano Lo Russo – che aveva dovuto ammettere l’indifendibilità di quella situazione di illegalità, nonostante i patti con il Comune, i garanti e le altre formule cervellotiche che si erano inventati – starebbe pensando una via tortuosa, non dichiarata, per far rientrare i compagnetti dalla finestra. Pare infatti che domani il vicesindaco con delega al patrimonio Michela Favaro, del Pd, e l’assessore alle politiche sociali Jacopo Rosatelli di Avs (che peraltro prima di Natale era in piazza con il corteo antisgombero, finito anch’esso in guerriglia urbana), incontreranno il comitato “Vanchiglia Insieme”, il quartiere dove si trova il famigerato immobile al civico 47 di Corso Regina Margherita, per decidere che farne. Libero ha sottolineato anche che il comitato in questione è notoriamente legato a doppio filo ad Aska, tanto che alcuni suoi membri facevano parte del Patto per Aska stipulato con il Comune, una presa in giro ai danni dei contribuenti torinesi e anche italiani, perché consentiva a costoro di perseverare nella situazione di illegalità.

Per rendere l’idea, questo comitato impegnato per una Vanchiglia “più giusta, viva e accogliente”, si è dedicato costantemente a contestare la presenza del presidio di polizia rimasto nella zona a causa delle turbolenze del dopo-sgombero, con assemblee, presìdi di protesta e altro. Il Comune, dopo una fase di decantazione e apparente raffreddamento, ha messo sì Aska fuori dall’elenco dei beni comuni (ma che ci faceva in quell’elenco?), ma starebbe anche lavorando, secondo le indiscrezioni, a una formula che “coniughi la proprietà pubblica con la vocazione sociale”.

Attenzione: se si mischia la proprietà pubblica (ricordate Margaret Thatcher? Non esistono soldi pubblici, ma solo soldi dei contribuenti) con la vocazione sociale, facendo riferimento al palazzo illegalmente occupato per anni da Aska, il clima sembra tendere a tornare quello di prima. Saremmo felici di essere smentiti, ma per il momento dobbiamo registrare che all’Assemblea cittadina del 5 marzo scorso, con il comitato in questione c’era tutto il gotha dell’antagonismo torinese, Aska incluso. Per cui se il Comune parla con loro del destino in chiave sociale di quell’area, non suona benissimo. Monitoreremo, sperando che per una volta il Pd non si confermi una costola dell’antagonismo di sinistra…


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