Il calvario del giudice che assolse Knox e Sollecito
Giulio Cainarca · 9 Marzo 2026
In questa puntata di “Autodafé” Giulio Cainarca racconta le vicissitudini capitate al giudice Claudio Pratillo Hellmann, presidente della Corte di Assise di appello di Perugia che, nell’ottobre 2011, assolse Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher – avvenuto a Perugia la sera del 1º novembre 2007 – con la formula di “non aver commesso il fatto”. Una storia che ha molto a che fare con il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia – previsto per i prossimi 22 e 23 marzo – che prevede la separazione delle carriere dei magistrati e il sorteggio dei componenti dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.
La parola “fine” al lunghissimo iter giudiziario, due processi completi, venne messa il 27 marzo 2015 da parte della Quinta sezione penale della Corte di Cassazione, che evidenziò gravi errori nelle indagini e la mancanza di prove certe a carico degli imputati. Precedentemente l’unica sentenza a favore di Knox e Sollecito era stata quella in secondo grado della Corte presieduta da Pratillo Hellman.
Il 28 maggio 2015, a processo concluso, il pubblico ministero titolare delle indagini, Giuliano Mignini, presentò una querela alla Procura della Repubblica di Firenze ai danni di uno dei difensori di Sollecito a causa delle dichiarazioni che questi aveva rilasciato a un organo di stampa, gravemente critiche nei confronti dell’operato di quel pm e della Polizia giudiziaria. Secondo questa denuncia, tra l’altro, dovevano essere considerate corrette le sentenze che avevano assecondato la tesi accusatoria, e considerava sbagliato l’esito finale del procedimento.
Non solo. Poco dopo il verdetto d’appello del 2011 Pratillo Hellmann fu “costretto” a dimettersi dalla magistratura, e lui stesso spiegò i motivi in un’intervista al quotidiano La Repubblica: “Dal giorno dopo mi sentii circondato da un’ostilità crescente. Nei bar di Perugia dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alla pressioni della Cia. Panzane, certo, ma quello che mi ha colpito, più del linciaggio diffamatorio durato per anni, fu la reazione dei colleghi magistrati. Quasi tutti mi tolsero il saluto. In particolare, quelli che a diverso titolo erano stati coinvolti nella vicenda. Mi resi conto che la voce della mia Corte era stata troppo fuori dal coro in un tribunale dove tutti i giudici, a partire dal gup fino a quelli dei diversi Riesami, pur criticando l’inchiesta, avevano avallato l’accusa”. La storia di Hellmann insegna che l’indipendenza del giudice è un valore, ma può anche trasformarsi in un prezzo da pagare.
