Teocrazia morente, ma anche molti dubbi su Palhavi
Antonino D'Anna · 5 Marzo 2026
In questa puntata di “Zoom” la Dottoressa Liora Hendelman-Bavor, Senior Research Fellow ed ex Direttrice dell’Alliance Center for Iranian Studies presso l’Università di Tel Aviv, discute con Antonino D’Anna sul futuro dell’Iran a seguito dell’offensiva americana e israeliana di fine febbraio.
“Questo regime sta morendo lentamente da anni: la valuta è crollata, la disoccupazione giovanile è superiore al 40% e poi ci sono state tre grandi ondate di proteste dal 2019. L’IRGC e i Basij erano disposti a sparare al loro stesso popolo senza esitazione: ma si può imprigionare solo una protesta, non una generazione che ha smesso di credere in te. Il deficit di legittimità era già irreversibile prima che questa guerra iniziasse. L’operazione Usa-Israele ha accelerato un collasso che era già in atto. Khamenei è morto, la struttura di comando è stata decapitata, il programma nucleare è stato bloccato; ma nessuno pensava che il regime sarebbe scomparso dall’oggi al domani. Del resto le Guardie rivoluzionarie hanno ancora armi e ci sono estremisti che combatteranno in Iran, forse per mesi. Lo sappiamo: le istituzioni hanno un’inerzia anche quando la loro legittimità è perduta”.
“Fino a sei mesi fa Reza Pahlavi era considerato solo un simbolo. Poi, le proteste di gennaio hanno modificato questa valutazione. Quando gli iraniani di Teheran, Isfahan e altre grandi città dell’Iran scendono in piazza, cantando ‘Javid Shah, lunga vita allo Scià’, non può essere liquidato come un semplice atto di nostalgia. Tuttavia va aggiunta una postilla a questo segnale politico: quando cinque fazioni curde dell’opposizione hanno formato un’alleanza unificata, la risposta di Reza Pahlavi è stata quella di definirle separatiste, di metterle in guardia dal confronto militare e definire l’unità territoriale dell’Iran come una linea rossa non negoziabile. Lo scambio di battute ci dice che Pahlavi gode di un autentico sostegno tra gli iraniani laici persiani (ma non ancora nel resto del Paese) e che è un leader che risponde all’auto-organizzazione curda con minacce, e prima ancora di aver messo piede nel Paese. Tutte questioni che sollevano seri interrogativi sul tipo di Iran che intende effettivamente costruire. Promettere democrazia e garantire un potere centralizzato fu esattamente la stessa cosa che Khomeini fece nel 1979: ma gli ultimi discorsi di Pahlavi non lo pongono in una situazione tanto diversa a quella dell’allora Guida spirituale”.
