Il referendum? Per la prima volta una casta va a giudizio

· 4 Marzo 2026


In questa puntata della nostra rubrica “Gli scorretti – Un antidoto al luogocomunismo”, Giulio Cainarca interroga Carlo Cambi sul significato del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia – previsto per i prossimi 22 e 23 marzo – che prevede la separazione delle carriere dei magistrati e il sorteggio dei componenti dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.

“Votare Sì non è un punto d’arrivo, bensì di partenza. Se si affermasse il No, infatti, significherebbe tornare vivere nel Medioevo. Perché il tema è più grande ed è il seguente: con la conferma in chiave elettorale della riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, per la prima volta una casta di questo Paese verrebbe sottoposta a giudizio popolare. E i cittadini diranno in maniera chiara ai magistrati: ‘Avete rotto’. Quindi lo scopo non deve essere delimitare il potere delle toghe di esercitare le loro funzioni, ma dimostrare che si può ricondurre chiunque sotto la sovranità popolare: soprattutto chi vuole rappresentarsi come corpo estraneo dello Stato, al di sopra della potestà della cittadinanza. Quindi, quando si afferma che referendum è anche un voto politico, lo è nel senso di riaffermare l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana”.

“A 37 anni di distanza dall’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, dove si introdusse il cosiddetto processo accusatorio, questo imminente referendum è una parziale traduzione di quei princìpi. Certo, rimarrebbe poi ancora il problema di smantellare l’attuale struttura del Csm, cioè costruirne due, e di nominare l’Alta Corte, ma se il Parlamento vuole e si dà una mossa, entro un anno completerà l’intera operazione. Nonostante a sinistra qualcuno abbia tentato in tutti i modi di ritardare il voto (perché così il prossimo Csm sarebbe stato rieletto con il vecchio metodo), credo proprio che i tempi serrati della consultazione consentiranno di portare a termine l’intera riforma entro la fine della legislatura”.


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