Bambole e parolacce: i testi di sanremo? 0-5 anni
Alessandro Gnocchi · 1 Marzo 2026
In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi illustra la struttura generale delle canzoni in gara alla 76esima edizione del Festival di Sanremo, in particolare a proposito dei testi delle canzoni, che sembrerebbero scritte per un pubblico dall’età media di 5 anni. In effetti i temi sono sempre gli stessi: la mamma, le bambole, le parolacce, i capricci. Insomma: tutto il mondo di un bambino in età prescolare. Ma la cosa che risulta incredibile è che per partorire delle canzoni imbarazzanti, sia dal punto di vista musicale sia da quello delle parole, si sono messi al lavoro fino a dieci autori.
Prendiamo per esempio la canzone di Francesco Renga, composta da ben nove autori. Il risultato è questo: “Ma a volte capita che sorride anche una lacrima”. Lasciando stare l’assenza di congiuntivi – lo facciamo passare come licenza poetica-canora – ma cosa vuol dire “sorride anche una lacrima”? Non è da meno Sal Da Vinci che, con sei autori, ha partorito questo incipit: “È cominciato tutto quanto dal principio”. Chi l’avrebbe mai detto?
Poi, naturalmente, c’è tutta una mitragliata di metafore che non si sa bene come definire. Certe immagini potrebbero sembrare visionarie, e ci si chiede se siano il frutto di un’ispirazione incontenibile oppure se escono dalla necessità di far tornare la rima in un modo qualsiasi. Fulminacci, che pure è uno dei cocchi della critica sanremese, canta: “Ti troverò dentro una foto, sotto l’acqua mentre nuoto”. Per non dire della grande famiglia delle metafore usurate: Luchè, rapper con una fanbase piuttosto consistente, si aggrappa a “Siamo polvere sui mobili dentro una casa vuota”. Molto originale. Fedez e Masini? Non ne parliamo nemmeno: “Il silenzio è un rumore”.
Anche l’Accademia della crusca, l’istituzione deputata a custodire la lingua italiana e a gestirne le innovazioni, non è molto convinta dei brani in gara. Il professor Lorenzo Coveri ha fatto la seguente analisi. Su 30 canzoni in gara, 20 parlano di amori tormentati, finiti, dolorosi e, più che altro, tossici. Tanti brani alludono alla fragilità che sta dietro un’apparente sicurezza di sé. In sintesi: a Sanremo non domina la poesia, bensì il para-poetico: una specie di parodia involontaria di ciò che è effettivamente poetico. Sui testi, sulle melodie, sugli arrangiamenti si poteva fare molto di più. E molti dei rapper concorrenti, quando hanno provato a rappare, hanno creato un effetto allucinante, perché non si capivano le parole. In tutto questo, fa abbastanza impressione vedere eccellenti musicisti della Rai – che hanno studiato al conservatorio – suonare quello che si impara alla prima lezione del corso di chitarra all’oratorio.
