Danni per 300mila euro: Askatusuna, adesso paghi tu

· 24 Febbraio 2026


Cari ascoltatori, come sapete, noi abbiamo caro un aforisma di Margaret Thatcher che è una chiave con cui affrontare molte notizie, anche se spesso è omessa in un Paese a cultura statalista come il nostro: “Non esistono soldi pubblici, esistono solo soldi dei contribuenti”. Sembra elementare, ma non se ne ricorda mai nessuno.

La domanda di stasera è: quanto è costato ai contribuenti – anzitutto ai contribuenti torinesi – il delirio organizzato di Askatasuna, quel 31 gennaio di violenza urbana in cui ha devastato il capoluogo piemontese? Risposta: quasi 300mila euro. Nel dettaglio, 273 mila. Vi ricordate, la giornata – come ha relazionato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in Parlamento – era stata convocata con la parola d’ordine delirante, se non para-terrorista, “la resa dei conti con lo Stato democratico”: per questi galantuomini devastatori lo sgombero del centro sociale, la sua riconduzione nell’orbita della legalità, era lo spartiacque di una guerra di liberazione.

Abbiamo visto dunque un campionario di vetrine infrante, cassonetti distrutti, fumogeni per tutta la città, cariche e controcariche, danni a negozi, scene orripilanti come il pestaggio in dieci contro un poliziotto: Torino è diventata il parco giochi di questi devastatori, guerriglieri urbani di professione. L’esito è i 273mila euro di cui sopra, quasi il doppio rispetto alla prima stima di 164mila fatta dal Comune. La fetta più consistente peserà direttamente sulle casse comunali: 125mila euro tra riparazioni e interventi, di cui 44mila per la polizia locale impegnata nella gestione dell’emergenza, straordinari inclusi. Un’altra quota peserà sulle società partecipate, Gtt, Iren e Amiat, che li hanno denunciati e rendicontati.

A questo punto la retorica di certa intellighenzia, secondo cui i galantuomini di Askatasuna rappresentano una profonda questione sociale legata al disagio e alla marginalità da cui non si può prescindere, si stacca nettamente dalla realtà: questi professionisti del caos fanno pagare i loro passatempo para-delinquenzali da figli di papà ai contribuenti, ai lavoratori; e causano disagio anzitutto ai torinesi normali, ai ceti medio-bassi che non hanno molte alternative di mobilità o che non se ne possono fregare se la loro città è stata sequestrata.

È sempre la contrapposizione pasoliniana tra figli di papà e lavoratori, le divise in primis. Allora, per questi 300mila euro, cari torinesi, citofonate ai signori di Akatasuna: in un mondo giusto, razionale, dovrebbero metterli sul tavolo proprio loro.


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