Come salvarsi dai romanzi green? leggete Crichton

· 22 Febbraio 2026


In questa puntata di “Alta tiratura”, Alessandro Gnocchi parla della sfilza dei libri di narrativa “in fotocopia” che hanno al centro della storia i rischi del riscaldamento globale. Le loro premesse, nella sostanza, sono tutte uguali: il cambiamento climatico è sempre frutto dell’azione dell’uomo, e se una parte del pianeta finirà sommersa dalle acque, l’altra verrà bruciata dalla siccità. Dulcis in fundo, soltanto la tecnologia potrà avere un ruolo tendenzialmente salvifico (forse). Stiamo parlando del filone della cosiddetta “climate fiction”.

Tra le novità di questo genere, troviamo per esempio “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia (séguito del romanzo “Qualcosa là fuori” uscito dieci anni fa), “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan e “La fine del mondo” di Francesco Pecoraro. Negli Stati Uniti il romanzo più famoso, uscito l’anno scorso, s’intitola “Diluvio”, scritto da Stephen Markley. Bisogna dire che negli Usa questo filone è andato un po’ esaurendosi da quando sono arrivati i “barbari” alla Donald Trump e da quando anche gli scienziati hanno cominciato a sostenere che non sia dimostrabile l’impatto decisivo delle attività umane sul riscaldamento globale; ma è noto che le mode in Italia arrivano dieci anni dopo: di conseguenza, l’invasione dell’Italia è cominciata adesso.

In ogni caso, una sorta di contro-narrazione esiste, seppur di nicchia. Bisogna tornare indietro all’inizio del millennio, verso il 2004, quando Michael Crichton – celebre bestsellerista autore di “Jurassic Park” – pubblicò un romanzo tradotto in italiano con il titolo “Stato di paura”, edito da Garzanti (in lingua originale è “State of fear”). La tesi del libro è la seguente: l’ambientalismo è uno strumento nelle mani di chi, attraverso l’evocazione dell’emergenza, vuole usare questo allarmismo come strumento di potere. Nel libro è descritta infatti un’élite che si serve della paura e dello stato d’emergenza per influenzare la cittadinanza, a scopo di lucro.

Il libro fu duramente contestato nel periodo di Al Gore e soci, portabandiera alla tematica dall’allarme ambiente. Il libro, infatti, aveva anche una particolarità: in fondo c’era un saggio di un centinaio di pagine che dava le coordinate scientifiche sulle quali era basato il romanzo e dove Crichton contestava i dati catastrofisti e apocalittici di chi sostiene che siamo vicini all’estinzione per colpa dell’uomo. Ed è un peccato che esista sostanzialmente questa unica voce letteraria, di fronte a una massa di romanzi in cui è scritta la stessa cosa: è questo a uccidere, una cultura non fondata sul dibattito. La varietà è indispensabile, altrimenti è sempre tutto ritrito, come le canzoni di Sanremo.


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