Draghi si arrende: autonomia unico rimedio

· 3 Febbraio 2026


In questa puntata di “Regioniamoci sopra”, la nostra rubrica che si occupa dei temi che riguardano l’autonomia differenziata, Giuliano Zulin sintetizza il senso del discorso pronunciato a Lovanio (Belgio) da Mario Draghi, che ha appena ricevuto la laurea honoris causa dall’Università KU Leuven. L’ex presidente del Consiglio ha sferzato l’Europa, affermando che in futuro rischia di “diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, tutto in una volta”. Stritolata tra i giganti Stati Uniti e Cina, l’Ue potrebbe non essere quindi più in grado di “difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”.

Draghi, in un certo senso, ha fatto intendere che un declino – lento o veloce che sia – servirebbe per superare l’attuale architettura istituzionale europea: stop all’idea di confederazione e di unanimità nelle decisioni e ok a un cosiddetto federalismo pragmatico: ovvero gli Stati più forti e potenti decidono anche per gli altri. Sull’ex presidente della Bce è arrivata una pioggia di applausi da parte del mondo dei cosiddetti intellettuali benpensanti. E sicuramente nessuno vuole mettere in discussione l’autorevolezza di Draghi. Tuttavia lanciamo questa piccola provocazione: immaginate se questo stesso identico questo fosse stato pronunciato non rivolgendosi all’Europa, bensì all’Italia: e quindi, siccome rischiamo il declino e la de-industrializzazione, servirebbe un federalismo pragmatico tra le regioni. Se lo avesse detto uno della Lega sarebbe venuta giù l’Italia: con tutte le polemiche a non finire sul fatto che vorremmo sfasciare l’Italia e abbandonare i territori e le popolazioni più in difficoltà a favore di una secessione dei ricchi.

Tutto questo invece è stato sostanzialmente dichiarato da Draghi, secondo il quale se ci sono dei Paesi “arretrati” o che rompono le scatole con le loro legittime esigenze, bisogna abbandonarli e andare avanti per la propria strada. Un discorso tutt’altro che solidale e unitario, che dimostra il fallimento dell’Ue. Un flop che non dipende tanto dai politici di turno, ma proprio dalla propria architettura istituzionale: basti pensare agli intrecci tra Europarlamento, Commissione europea e Consiglio Ue, nonché ai veti incrociati tra Stati nazionali che impediscono il raggiungimento dell’unanimità delle decisioni. Ecco perché, parlando sia di Italia sia di Europa, l’unica soluzione resta quella di tornare ai territori, che possono essere centri rappresentativi e potenti di un vero cambiamento. Altrimenti si rimarrà sempre al guado. Allora la domanda è: non è meglio pensare all’autonomia differenziata e lavorare per un cambiamento vero che riguardi non solo le regioni del Nord, ma tutte quelle d’Italia?


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