Gli scrittori woke hanno rotto. E il mercato si vendica
Alessandro Gnocchi · 1 Febbraio 2026
In questa puntata di “Alta Tiratura”, Alessandro Gnocchi illustra i dati ufficiali rilasciati dall’AIE – l’Associazione italiana degli editori – relativi alle vendite del 2025. Il risultato corrisponde a un bagno di sangue, con una flessione netta rispetto al 2024, addirittura 3 milioni e mezzo di libri venduti in meno rispetto all’anno precedente. Si notano delle differenze piuttosto evidenti tra i grandi gruppi, che perdono in maniera contenuta, e i medio-piccoli editori, i quali rischiano seriamente di essere spazzati via da questa ennesima crisi. Siamo tornati a livelli di lettura di qualche anno fa.
Per mitigare questo dato sconfortante ci si deve accontentare – si fa per dire – di una leggera crescita nella vendita degli ebook, i cui numeri sono però irrilevanti. Uno dei possibili motivi per cui i grandi gruppi resistono è che sono padroni di tutta la filiera, dalla produzione del libro alla vendita. E le grandi librerie di catena tendono a diventare monomarchio, quindi vendono soprattutto – per non dire esclusivamente – le loro etichette. Di conseguenza, è ovvio che molti libri della piccola e media editoria manco ci arrivano, sullo scaffale delle librerie di catena. La crisi infatti è anche delle librerie indipendenti, che devono basare tutto sull’originalità dell’offerta.
Ora, possiamo darci mille spiegazioni (ad esempio il digitale che avanza e il potere d’acquisto del nostro stipendio che diminuisce) e nessuno possiede la formula magica per uscire dalla crisi. In passato sono state trovate delle forme di sovvenzione statali che favorissero l’acquisto ma, una volta che i fondi pubblici si riducono, il mercato va comunque in contrazione.
Tuttavia, oltre a queste spiegazioni tecniche, ne esiste anche una culturale. Sullo scaffale della saggistica, tra le novità, per lo più ci si imbatte in libri che spiegano che il 7 ottobre nulla a che vedere con il terrorismo, oppure in altri che raccontano Trump sempre con gli stessi pregiudizi e con le medesime conclusioni degli altri: che è un autocrate e un pericolo per la democrazia.
Un cliente medio non acquista quei libri semplicemente perché non gli interessano: è una cosa che ha già sentito un miliardo di volte e in tutte le salse. Così come non comprerà tutti quegli assurdi romanzi woke pubblicati in Italia che raccontano come si vive negli Appalachi oppure che cosa succede in Ohio. Sono tutti uguali. Eppure ci sono editori che campano (o vorrebbero) campare solamente di quello. E forse non si rendono nemmeno conto che, a discapito di queste novità, a vendere sono sempre i grandi cataloghi classici, in quanto i lettori sono più attratti da Cesare Pavese o Pier Paolo Pasolini piuttosto che da uno scrittore radical chic, magari esordiente o quasi. Insomma: l’economia sicuramente avrà i suoi cicli, però un tipo di editoria più pluralista potrebbe aiutare ad aumentare le vendite.
