Si può esaurire un intero caricatore di Al diavolo, a leggere l'ultima favolosa intervista a tale Françoise Vergès - pare che in Francia sia una specie di autorità. Citazione uno, biografica: “Teorica politica, attivista, curatrice e scrittrice, tra le maggiori esperte di femminismo decoloniale, pratiche politiche e pubbliche di decolonizzazione del museo occidentale, politiche antirazziste e anticapitaliste”. E siamo a uno. Passiamo alle citazioni (però l'intervista leggetela per intero, vale la pena), tema la 'decolonizzazione' dei musei: “Il museo ha contribuito alla scrittura della supremazia bianca (…). Una serie di norme che favoriscono il potere politico e religioso occidentale, il patriarcato, la proprietà privata, le guerre, la colonizzazione e una narrazione identitaria nazionale che cancella le comunità, le contraddizioni interne e gli attriti”. E due.
“Dovremmo anche chiederci se avremo ancora bisogno di musei in un mondo post-razzista e post-capitalista (…) La loro architettura trasmette il potere verticale, ingiustizie e disuguaglianze strutturali”. Terzo al diavolo. “La base su cui si costruisce la lotta femminista decoloniale e transnazionale è un terreno multidimensionale”. (Che avrà voluto di’?) pum, quattro. Ancora una, la più bella (cinque), poi basta: “Non sono molto brava a fare congetture sul futuro. Il presente e il suo (multiplo) passato mi bastano”. In pratica l'illustre Vergès spara solamente se l’anatra è morta, se essa vola ella gira subito il cipiglio. Il suo revisionismo tassidermico è talmente olio sull’acqua che per friggerlo basterà portarla al museo egizio: lì i faraoni anche da morti sono truccati da donna, come la mettiamo? Stavo per scrivere che un'intellettuale francese ha inventato l’ultracàzzola, poi mi sono accorto che è tautologico. Chi ha pubblicato l’intervista? Il Domani. E siamo a sei. Colpi finiti.
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Si può esaurire un intero caricatore di Al diavolo, a leggere l'ultima favolosa intervista a tale Françoise Vergès - pare che in Francia sia una specie di autorità. Citazione uno, biografica: “Teorica politica, attivista, curatrice e scrittrice, tra le maggiori esperte di femminismo decoloniale, pratiche politiche e pubbliche di decolonizzazione del museo occidentale, politiche antirazziste e anticapitaliste”. E siamo a uno. Passiamo alle citazioni (però l'intervista leggetela per intero, vale la pena), tema la 'decolonizzazione' dei musei: “Il museo ha contribuito alla scrittura della supremazia bianca (…). Una serie di norme che favoriscono il potere politico e religioso occidentale, il patriarcato, la proprietà privata, le guerre, la colonizzazione e una narrazione identitaria nazionale che cancella le comunità, le contraddizioni interne e gli attriti”. E due.
“Dovremmo anche chiederci se avremo ancora bisogno di musei in un mondo post-razzista e post-capitalista (…) La loro architettura trasmette il potere verticale, ingiustizie e disuguaglianze strutturali”. Terzo al diavolo. “La base su cui si costruisce la lotta femminista decoloniale e transnazionale è un terreno multidimensionale”. (Che avrà voluto di’?) pum, quattro. Ancora una, la più bella (cinque), poi basta: “Non sono molto brava a fare congetture sul futuro. Il presente e il suo (multiplo) passato mi bastano”. In pratica l'illustre Vergès spara solamente se l’anatra è morta, se essa vola ella gira subito il cipiglio. Il suo revisionismo tassidermico è talmente olio sull’acqua che per friggerlo basterà portarla al museo egizio: lì i faraoni anche da morti sono truccati da donna, come la mettiamo? Stavo per scrivere che un'intellettuale francese ha inventato l’ultracàzzola, poi mi sono accorto che è tautologico. Chi ha pubblicato l’intervista? Il Domani. E siamo a sei. Colpi finiti.