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Nel febbraio del 1983 Enrico Berlinguer in un telegramma scriveva così: “La morte del vostro giovanissimo Paolo, vittima di un'aggressione disumana, che ha scosso e sdegnato ogni coscienza civile, suscita anche il commosso compianto dei comunisti. Vi preghiamo di accogliere le nostre condoglianze e la nostra solidarietà”. Sandro Pertini, che era presidente della Repubblica - l’anno prima era quello del “non ci prendono più” al mundial – andò in visita privata all’ospedale Umberto I di Roma. Era al capezzale, già senza speranza, di un 19enne colpito con una spranga mentre affiggeva dei manifesti per l’acquisizione della settecentesca Villa Chigi, lo scopo era di farne un centro sociale. Il ragazzo, di cui nessuno si ricorda e oggi nemmeno è stato commemorato, morì il 9 febbraio. Si chiamava Paolo Di Nella ed era del Fronte della gioventù, in pratica un neofascista. Dopo indagini discutibili e piene di equivoci, gli aggressori non vennero mai ufficialmente identificati e il delitto è tuttora senza colpevoli. La Repubblica, un quotidiano di cui l’omonimo attuale fatica a sembrare parente, scrisse: “Abbiamo i titoli per dire che per noi questa non è la morte di un fascista, ma la morte di un uomo. E di più: di dire che se questo scelse di dirsi fascista e concepì per la sua vita futura di vivere da fascista, ebbene, aveva il diritto di scegliere e di vivere così”.
Dimenticavo: al diavolo, anime belle (e brutte) senza l’anima, mesemerizzate da parole che non conoscete, e da un’etica che non praticate, e da una politica che non capite, figurarsi i vostri maestri, la storia, il mondo.