Musicisti strozzati dall’AI: la digitalcrazia ammazza la libera iniziativa, ha rotto i coglioni

· 11 Maggio 2026


Dobbiamo fare un appello: l’intelligenza artificiale deve andare a f… deve andare al diavolo. È un appello musicale liberista che emerge dall’ultima puntata di Crossroads, la nostra rubrica condotta da Vittorio Ledonne. Il quale ha prodotto in proprio e poi trasmesso cinque canzoni “indipendenti” di cinque diversi generi, costruite con Gemini. Il risultato è stato sorprendente: non è possibile distinguerle da musica fatta dagli umani.

Ora, produzioni del genere stanno invadendo le piattaforme streaming con miriadi di singoli e interi album, per lo più nelle nicchie dove potrebbero trovare visibilità gli artisti indipendenti e i giovani che cercano di farsi largo. Categorie che già non vedono un ghello perché Spotify &c. pagano una presa in giro, 0,002/6 euro a stream, cioè per guadagnare 1.000 euro in un mese servono 500mila ascolti: in pratica se vuoi arrivare a fare solo la fame devi essere una rockstar. Lily Allen, 8 milioni di ascoltatori, ha confessato che si paga i tour facendo vedere i piedi su Onlyfans a 1.500 abbonati.

L’intelligenza artificiale è già una digitalcrazia che stupra la libertà di espressione e di iniziativa, e a chi con la musica ci vuole provare non resta che svenarsi fra seratine mortificanti e mini esibizioni in cui hai la birra gratis se all’oste porti dieci amici alcolizzati: si bussa alla platea praticamente porta a porta, sperando che la luna prima o poi giri. Circola anche il sospetto che le stesse piattaforme, che per regola dovrebbero respingere le digitalate AI, in realtà ne facciano uso per saturare le nicchie e non pagare i musicisti veri, che finiscono annegati in un mare di proposte finte.

Crossroads tornerà presto su questo tema. Intanto voi fate una cosa: andate nei locali, fate suonare ‘sti ragazzi, bevete una birra o due e cantate you’ll never walk alone.


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