Non dimenticate: il caso Rogoredo è figlio dell’immigrazione clandestina di massa

· 26 Febbraio 2026


Al centro di questa puntata de “La cittadella”, il talk show prodotto da Radio Libertà assieme alla piattaforma di contenuti online e social Galt, che si occupa di temi politici, sociali e di costume della nostra era e delle “culture wars”, Francesco Borgonovo, vicedirettore de la Verità, Matt Carus e Massimo Salvati discutono del poliziotto accusato di omicidio volontario per avere sparato a un pusher marocchino a Rogoredo – e del problema dell’immigrazione clandestina che ha generato quella zona franca nella periferia di Milano – insieme con Carmela Rozza, consigliera regionale della Lombardia del Partito Democratico, e Roberto Donghi, presidente del Consiglio comunale di Seveso, di Fratelli d’Italia.

“Non esiste alcun diritto all’emigrazione. O meglio, nella dichiarazione dei diritti dell’uomo si parla del diritto del singolo a cercare condizioni di vita migliori, ma non c’è alcun dovere di accogliere per forza queste persone. E credo che molta dell’ipocrisia su questo ambito nasca con il tema dei rider. Tutti i benpensanti si sono indignati sulle inchieste (benemerite) su Glovo e Deliveroo: peccato che poi si siano dimenticati che i rider sono il bel regalo dell’immigrazione di massa perché, per la grandissima parte, chi ci lavora sono clandestini. Questo mercato sregolato è abominevole e sfrutta queste povere persone. Il tutto, a beneficio di multinazionali che non pagano le tasse qui e che alimentano un mercato clandestino di biciclette elettriche e motorini, all’interno di un sistema voluto in nome della bontà e dell’accoglienza.
Se da una parte si sta facendo una riflessione sul rapporto con le forze dell’ordine e sugli evidenti errori commessi da Carmelo Cinturrino, dall’altra bisognerebbe invitare tutto il mondo progressista a un ripensamento sull’inaccettabile immigrazione di massa”.

“Questi lavoratori sfruttati sono delle vittime. E la stessa Italia appare come un sistema occidentale, basato sull’arrivo costante di gente che deve andare a fare quel lavoro in assenza di posti professionali pagati meglio anche gli italiani. Su questo punto dovremmo fare due ragionamenti. Uno sul sistema economico: e quindi sul fatto che l’Unione europea potrebbe introdurre una tassa sulle piattaforme internazionali. Un altro dal punto di vista sociale: se si chiudessero i rubinetti, il materiale umano da sfruttare non ci sarebbe più. Durante il cosiddetto blocco dei porti, dati alla mano, erano arrivati meno migranti: tuttavia l’obiettivo a cui tendere resta la remigrazione. Le persone – come sostiene la dichiarazione dei diritti dell’uomo – hanno il diritto di stare a casa propria, vivere bene e non venire qua per fare gli schiavi. Non è umanitario. Perché allora non pensare alla costruzione di scuole italiane professionali direttamente sul posto? In tal caso, se ci fosse la necessità momentanea di avere un certo tipo di mano d’opera, faremmo venire con canali legali un piccolo numero di immigrati che poi tornerebbero a casa mettendo in pratica le loro abilità nel loro territorio. Se andassimo a vedere in profondità, noteremmo che in nessun Paese europeo – che ha applicato le vecchie ricette – l’integrazione funziona”.


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