L’integrazione? È possibile solo in un Paese fiero di sé

· 22 Gennaio 2026


Al centro di questa puntata de “La cittadella”, il talk show prodotto da Radio Libertà assieme alla piattaforma di contenuti online e social Galt, che si occupa di temi politici, sociali e di costume della nostra era e delle “culture wars”, Francesco Borgonovo, vicedirettore de la Verità, Matt Carus e Massimo Salvati discutono del fenomeno maranza e dei provvedimenti che il governo assumerà a breve con la stretta sui coltelli facili e sulle baby gang, insieme con Dalia Ismail, giornalista, analista indipendente italo-palestinese e collaboratrice de Il Fatto Quotidiano.

“È assolutamente vero che l’elemento economico e sociale conta tantissimo nella crescita di un ragazzo. Tuttavia, oltre al contesto, una parte enorme la fa il singolo individuo stesso, che ha la possibilità di emanciparsi, nonostante il contesto disagiato. Il problema vero è che la violenza è in aumento a livello giovanile, specialmente quando è unita allo spirito della ‘banda’, che non fa altro che spingere ad azioni collettive. Inoltre, quello che spesso colpisce un osservatore esterno è che noi italiani tendiamo a non comunicare efficacemente agli altri la nostra forte identità, in modo che sia in grado di attrarre persone appartenenti ad altre culture. Mi piacerebbe infatti che gli immigrati (anche) di seconda generazione si sentissero italiani a tutti gli effetti. Ma, per riconoscersi nella nostra cultura, avrebbero bisogno di ricevere qualche elemento allettante: qualcosa di forte, che contenga un insieme dei valori per farli crescere. Altro che banalità su quanto è bella la democrazia e l’accoglienza”.

“E smettiamola anche di affermare che il nostro Paese sia caratterizzato da un fantomatico ‘razzismo strutturale’. Ma dove sta tutto questo razzismo, quando la legge tutela, fortunatamente, tutti quanti allo stesso modo? A me fa ridere che tutti quanti dicono che moltissimi Paesi occidentali compiano discriminazioni contro altre culture, perché se uno andasse a vedere la classifica annuale – stilata da US News and World Report, BAV Group e dalla Wharton School dell’Università della Pennsylvania – vedrebbe che lo Stato più razzista del mondo è l’india, seguita da Libano, Bahrein, Libia ed Egitto. Non irrilevante nella top 10 anche il ruolo del Sudafrica, dove il razzismo strutturale effettivamente esiste, vista la presenza del Black Economic Empowerment che poi ha portato all’esproprio delle terre dei sudafricani bianchi e a una vera e propria strage anche di più di 2000 coltivatori. Però qua nessuno dice niente. In Italia invece si blatera di odio contro i ‘diversi’, quando mi risulta che in realtà la legge tutela tutti quanti allo stesso modo”.


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